- 1978 Bambini alle prese con la pittura astratta Scopri di più
- 1979 L’arte come scoperta del bambino a sé stesso Scopri di più
- 1976-1977 L’esperienza visiva come attività di pensiero e conoscenza Scopri di più
- 2005 L’arte come scoperta del bambino a sé stesso – 30/11/2005 Giornata Internazionale dei diritti del bambino Scopri di più
- 2019 Testimonianza di Elena Iodice Pubblicazione Topipittori Scopri di più
- Estratto da: “I PROBLEMI DELLA PEDAGOGIA”
- rivista bimestrale diretta dal prof. Luigi Volpicelli
- n. 1 gennaio – febbraio 1979
Bruno Pinto
L’arte come scoperta del bambino a sé stesso
“Lo scopo dell’educazione immaginativa è: infondere una completa e sensuosa coscienza dell’armonia e del ritmo che entrano nella costituzione di tutte le cose viventi e sono la base formale di tutte le opere d’arte, affinché il bambino nella sua vita e nelle sue attività , possa partecipare della stessa grazia e bellezza organica con questa educazione rendiamo il bambino cosciente di quell’istinto della relazione che, anche prima dell’intervento della ragione, gli permetterà di distinguere il bello dal brutto il buono dal cattivo, la giusta linea di condotta da quella sbagliata, la persona nobile dall’ignobile.” (Herbert Read)
Molti pensatori antichi e moderni affermano che l’educazione per mezzo dell’arte è il tipo di educazione veramente organica integrale l’unica capace di suscitare l’azione delle facoltà umane in modo unitario, collegandole l’un l’altra per vie forse poco definibili eppure efficaci a disporre la mente e tutto l’essere ad una intelligenza creativa dell’uomo e del mondo che lo circonda.
Beninteso, non è che qui si voglia ridurre tutta l’educazione ad una diffusa ed illimitata esteticità, ma, come dice Argan, poiché l’arte è l’espressione tipica di un principio creativo, l’attività estetica è quella che presiede ad ogni umano sviluppo così del singolo come della collettività
Ma cos’è questa artisticità, cos’è questa dimensione dell’estetico?
Sarebbe quella dimensione in cui l’attività umana è prodotta e produce una organica connessione tra le facoltà conoscitive e quelle sensitive, tra la sfera mentale e quella vitale connessione senza la quale non sembra possibile una vitale intelligenza dei fenomeni e una esistenza integrata.
Ora, è generalmente riconosciuto che l’educazione attuale preclude lo sviluppo lo sviluppo delle facoltà creatrici più originarie producendo una frattura nell’essere umano, causa di nevrosi. L’educazione per mezzo dell’arte non ha principalmente nulla a che vedere con la psicologia, la pedagogia, la politica, ma essenzialmente con la conoscenza antropologica e la sfera ontologica.
Quando si parla dell’educazione artistica non si parla di una qualunque didattica dell’espressione, ma della funzione della dimensione estetica nell’ambito della didattica e della pedagogia generale.
Una fittissima rete di immagini prodotte dalla natura e dalla volontà umana investe continuamente il nostro occhio, che le sceglie, separa, associa, sovrapponendole e sintetizza automaticamente; altrettanto automaticamente impulsi, sentimenti, pensieri ed azioni vengono da queste immagini suscitate. Ma cosa il nostro occhio vede coscientemente? Quanto valutiamo ciò che viene proposto per mezzo del vedere?
E’ diffusissimo il pregiudizio che, quel che vediamo è oggettivo, reale, necessariamente visto bene, che il nostro vedere è naturalmente e spontaneamente giusto, ma in realtà questo modo di pensare è del tutto infondato. Noi vediamo ciò che siamo abituati a vedere; il nostro occhio non è affatto libero bensì condizionato dalla nostra cultura. La nostra visione esprime le nostre simpatie ed antipatie e palesa le qualità del nostro pensare, la natura della nostra affettività, i nostri desideri.
Educare alla visione significa dunque educare l’occhio a percepire la vitalità delle forme e a comprendere il senso di questa vitalità valutandola; accettando, respingendo e astenendosi dall’azione che lo stimolo visivo necessariamente suscita.
Ma molti sono i pregiudizi i conformismi e le superstizioni a riguardo del fatto estetico e della creatività poetica, ed oggi, che è diventato un vezzo comune parlar dell’arte e dell’educazione artistica sono ancora più pericolosi perché si mascherano sotto presunti atteggiamenti progressisti. In televisione, per mezzo di pubblicazioni particolari per l’infanzia, visite programmate alle opere d’arte ecc, si cerca di promuovere l’educazione estetica, ma nella stragrandissima maggioranza dei casi si trattano i problemi e i significati dell’arte e dell’arte moderna in particolare, travisandone e banalizzandone i contenuti originari.
Ma chi nell’intento di mediare il senso dell’esperienza estetica moderna, estrae, dalle forme create da questa, delle regole pratiche didatticamente comunicabili ( compresa l’idea dell’assenza di regole), manifesta solo quanto sia condizionato proprio da quella mentalità che i poeti moderni hanno cercato di denunciare come irrealistica e mistificante, afferma Valéry: “ Noi abbiamo, a scopo di cultura artistica, dato impulso ai nostri musei, abbiamo introdotto nelle nostre scuole un certo modo di educazione estetica. Ma non sono queste che misure speciose, che possono giungere solo a diffondere una erudizione astratta senza effetti positivi. Tutto si limita a distribuire un sapere senza vivente profondità…possediamo in noi tutta una riserva di forme, di denominazioni, di locuzioni belle e pronte, che sono di pura imitazione, che ci liberano dalla preoccupazione di pensare, e che abbiamo tendenza a considerare come soluzioni valevoli ed appropriate. Il nostro pensiero non è allora che una semplice risposta automatica.”[2]
E’ proprio quando ci si trova di fronte all’infanzia, quando cioè si è in rapporto con un’esistenza nei confronti della quale le astrazioni del linguaggio, il discorso ideologico non servono a stabilire nessuna organica comunicazione, quando cioè occorre esprimersi con atti, direi con fatti estetici, è proprio qui che ci si rende ben conto della distanza incolmabile tra i nostri desideri e la capacità di fare di questi una libera volontà, attiva vivente, dialetticamente esprimente nel nostro reale comportamento, dunque realmente comunicabile.
Di fronte ai bambini l’insufficienza, la piattezza, l’inespressività del nostro linguaggio consueto, anche quando vorrebbe comunicare fatti, cose, nozioni non comuni, diventa lampante e lo scacco della nostra mentalità critico- ideologica non può essere taciuto. Tale atteggiamento del pensiero può sì, farci vedere con chiarezza qual è la vera necessità, il reale problema da risolvere, ma non può essere il mezzo per risolvere i problemi che pur può porci con esattezza.
Questo fatto ci porta ancora una volta a riflettere sulla natura e le qualità proprie sulla realtà del pensiero Poetico.
L’espressione poetica nella sua forma ha tutti i caratteri del pensiero logico, ma le operazioni di questo sono radicate in una dimensione sovra logica nella quale l’intelligenza sembra stabilire con la realtà una più immediata e sostanziale partecipazione conoscitiva. L’arte moderna ha cercato di affermare in opposizione alla mentalità tecnico – utilitaristica – consumistica, alla logica meccanica, la necessità e la capacità dell’uomo di realizzare un atteggiamento mentale, anzi un modo d’essere più vasto, profondo e plastico nei confronti del mondo.
L’espressione figurativa infantile è un fascio eterogeneo di elementi espressivi a carattere sintomatico, di una fluida situazione esistenziale. Eccessi e debolezze psicologiche connessi a particolari inclinazioni del carattere individuale, a costumi sociali di gruppo di famiglia e a luoghi comuni si confondono con complessi ed oscuri impulsi esistenziali oscillanti necessità evolutive, un mare di materia umana in fermento spesso ribollente, un labirinto di reazioni impulsive dalle quali è impossibile uscire per mezzo di sistemazioni condotte per via analitica: per questa strada si cadrà necessariamente in proposte schematiche, riduttive, generiche, che non possono che complicare maggiormente la situazione.
Questa materia psicofisica si esprime in forme figurative che penso non debbano considerarsi altro che residui di forme artistiche di precedenti culture del passato anche remoto, aliene da ogni forza autenticamente formativa e passivamente reagenti nella sfera psicologica infantile, costituendosi anche come tendenze repressive in conflitto di nuove e latenti potenzialità creatrici.
Allora il problema che si pone è quello di capire quali possono essere le forme attraverso cui il bambino debba esercitarsi per sciogliersi da conflitti psichici insolubili tramite azioni meramente compensative; come svincolare la paralisi delle forze vitali aprendo una breccia nel consueto spazio psichico attraverso la quale possa emergere un suo autentico modo di esistere e di intendere? Quali le forme espressive da proporre nelle varie fasi di crescita rispetto alla necessità di sviluppo della sua propria intelligenza? Quali le modalità di pensiero che mantengono vive le attività riflessive coscienti, rapportandole giustamente a quelle potenzialità profonde che devono trovare adeguate forme espressive?
Perché quel che un’educazione realistica deve perseguire è appunto l’autonomia della coscienza, la realizzazione di una sua autentica libertà; e se in generale è riconosciuto che i sistemi educativi attuali sono in vario modo repressivi, non mi pare che le esperienze educative così dette impegnate o sperimentali, mirino, malgrado le loro intenzioni, ad una reale educazione della libera coscienza.
Piuttosto sono interessate a cambiare certi aspetti tecnici dell’apprendimento ma quel che deve essere appreso a ben guardare , mira sempre a fare del bambino quell’adulto che un domani sarà una più o meno funzionante macchina al servizio di qualche assurdo mito.
Si possono cambiare i metodi dell’apprendimento, aggiornandolo alle più sofisticate richieste di una società utilitaristica, ma in ogni caso si distrae l’uomo da quello sforzo di ricerca della propria identità originaria, dalla ricerca di una sua forma specifica di azione, e lo si sospinge necessariamente all’esercizio della nevrosi.
Recentemente ho avuto l’occasione di compiere una esperienza di educazione estetica nelle scuole elementari di Monteveglio (Bologna) con i bambini del primo e del secondo ciclo e sono stato immediatamente colpito dai pesanti manierismi che il disegno infantile presenta. Questa evidenza mi ha posto di fronte alla necessità di trovare un comportamento che inducesse il bambino ad una azione più sciolta meno preoccupata da assurde rappresentazioni simboliche, meno astrattamente proiettiva; realizzarsi cioè in uno spazio più organico e plastico, uno spazio nel quale si sentisse più vitalmente implicato, globalmente impegnato, direi magneticamente interessato.
Perché, se è vero che il bambino percepisce il mondo in modo animistico, è pur vero che il suo essere non assimila tale animazione, che è presente nel mondo anzi proprio l’impossibilità di possederla è al causa delle sue nevrosi; e l’eclissi della sua immaginazione creativa per proiezione regressiva nel fantasticare onirico lo aliena sempre più da quelle vivide immagini del mondo che solo possono essere un forte stimolo alla sua attenzione, un reale, oggettivo punto di riferimento per un autentico esercizio riflessivo e una reale attività conoscitiva.
Alla regressione dell’immaginazione creatrice nel gioco automatico della fantasticheria contribuiscono pesantemente gli stereotipi visivi delle immagini cinetiche, cartoni animati, i fumetti, e tutto quel ciarpame delle immagini prodotte dall’industria culturale artificiosamente movimentate che dal punto di vista di una ecologia psicologica e di una salute mentale sono un vero veleno.
Gli schemi di queste immagini psicologicamente stereotipate e tautologiche, disanimano la percezione, bloccando ogni spontaneità di impulsi impedendo al bambino di scoprire se stesso come essere vivente in un dinamico rapporto con le cose esperimentate nel mondo in sé e fuori di sé.
Ho tentato in quell’occasione di didattica concreta cui mi sono, come ho detto dedicato per quanto il tempo e i mezzi lo hanno permesso, di far percepire al bambino l’artificiosità di certe sue giustificazioni, quanto più ricca fosse la realtà delle cose che osserviamo; e questo non solo con l’attività del disegno ma per mezzo di letture, comparazioni di quadri antichi e moderni, e confronti fra i loro stessi disegni.
Devo dire che se mi ha colpito l’apatia e l’amorfità di certi loro atteggiamenti, mi hanno però anche stupito in loro alcune emergenze di intelligente percettività.
I disegni prodotti non sono stati, ovviamente, qualcosa di originario di affrancato da complicazioni psicologiche ma a mio avviso essi hanno palesato in modo più immediato più complesso e plastico il flusso del loro reale spazio psicologico –esistenziale, rivelando una impulsività ed una emotività più immediata, connessa a frammenti di una memoria che ha accenti di autentica reviviscenza: appaiono presenze fantomatiche che chiedono di essere comprese, immagini a carattere visionario che cercano di connettersi per mezzo di movimenti oscillatori, di pulsazioni, sovrapposizioni ed interferenze ritmiche con le necessità dello spazio fisico, corporeo, altre volte invece tendono a sfuocare nel fantasticare trasognato, nell’oniricità. Di fronte a questi disegni che vivono di una sorta di impulsività animale di incombenti pressioni emotive, i nostri consueti modi di interpretazione sono espropriati.
“ Secondo la terminologia psicoanalitica, l’umanità eredita dall’infanzia non solo l’aspirazione a trascendere la nevrosi ma anche la nevrosi stessa.” [3]
Ora interessa particolarmente far notare certe dimensioni del comportamento del bambino meno appariscenti, ma che mi sembrano di fondamentale importanza perché possono stabilire, credo, un solido punto di partenza per sviluppare in lui una recettività più profonda ed una coscienza espressiva più autonoma e originale, meno soggiogata alle tumultuose irruzioni dell’inconscio psicologico – esistenziale, a quel brulichio indefinito di frammenti di cose, comportamenti cioè che possono costituirsi come tendenze realmente formative.
Un aspetto positivo della nuova spazialità emersa nei disegni si è manifestata nel fatto che il bambino, pur essendo coinvolto totalmente nell’azione che va compiendo, non può identificar visi perché avverte che c’è qualcosa di chiaramente non concluso di oscuro nel suo fare; questo elemento lo rende perplesso ed incuriosito; ne è interessato cioè oltre che nella sfera vitale anche in quella mentale.
Questo spazio “aperto” evoca in lui un sentimento che porta in sé una potenziale forza evolutiva, perché risveglia profondamente e dispone liberamente all’azione le sue facoltà conoscitive; a una natura non meramente psicologica ma è l’espressione di necessità propriamente spirituali e conoscitive: questo sentimento è l’inquietudine.
Da un punto di vista psicologico il bambino è contemporaneamente attratto e respinto dal nuovo modo di operare; non riesce a comprendere il senso delle sue immagini perché non può giustificarle per mezzo di rappresentazioni a lui consuete: allora il suo abituale spazio psicologico comincia a oscillare fra due poli, è attratto da due grandi necessità dell’animo che cominciano ad esprimersi immediatamente, quelle degli impulsi vitali alla quale è empaticamente coinvolto e l’altra, la necessità di comprendere, possedere, significare l’azione che va svolgendo.
La relazione dialettica fra queste due forze che animano l’esistenza credo sia il fondamento sul quale può svilupparsi una attività educativa veramente intelligente.
Abbiamo toccato qui una dimensione della psicologia infantile che mi sembra ignorata dalle correnti psicologiche e che penso invece possa costituire, dal punto di vista delle reali possibilità evolutive, una dimensione veramente “altra”; si tratta di una sfera dell’animo umano che presenta caratteri di autonomia rispetto alla comune dimensione psichica. Questa situazione particolare che insorge nell’io del bambino, quando si trova a scoprire un nuovo spazio, è un momento di particolare intensità esistenziale. Dal nostro punto di vista quello che ci interessa non è tanto questo
momento in sé stesso ma ciò che lo ha provocato e come mantenerlo a livelli sempre più profondi e come articolarlo in relazione alle necessità della coscienza razionale.
Il prodotto artistico del bambino, anche se inconsueto non ha un gran valore in sé ma come testimonianza di una particolare condizione umana.
E’ questa condizione che è da comprendere; non ci interessa il disegno in sé ma la qualità delle forze che lo hanno provocato.
Se queste hanno un carattere realmente evolutivo generano libertà e autonomia; e se ne vedranno i risultati positivi anche sul piano psicologico: si noterà una maggio duttilità e scioltezza nelle facoltà mentali, un eclissarsi delle cristallizzazioni regressive, una maggior plasticità e duttilità nei movimenti corporei, scompariranno i gesti agitati e distratti e le capacità di attenzione si stabilizzeranno.
Direi allora che mentre nei disegni consueti, abitudinari, si esprime quel che il bambino non è, e si mostra piuttosto la sua impossibilità a realizzarsi, in alcuni di quelli prodotti nei nostri incontri si può intuire quel che il bambino può essere perché esprimono potenzialità che vivono sotto la crosta delle sue abitudini.
Si mette così in evidenza quanto pesantemente mortificanti siano gli schemi mentali trasmessigli dall’ambiente quanto le forme della sua coscienza riflessiva siano dissociate e dissocianti dalle strutture più profonde del suo essere e dalle più vive e fresche esperienze del suo animo.
Allora come disporre il bambino ad intendere il significato di un fare nel quale realizzi uno spazio –tempo più autentico? Dico il significato, non una astratta giustificazione.
Credo si possa tendere a suscitare nel bambino una giusta disposizione alla comprensione di sé, facendogli porre attenzione sulla qualità di un percepire più vivo e più intenso, introducendolo in un’azione nella quale percepisca che sta operando su una materia vivente, anche violenta che richiede molto tatto e lo mette in difficoltà perché ne avverte la complessità ma è questa stessa complessità che lo spaventa che lo sollecita anche ad agire, superare le difficoltà, vincere le paure.
Deve comprendere che l’esperienza se reale comporta sempre un rischio, un elemento imponderabile, e forse molti fallimenti prima di concludersi; così come un felice raggiungimento è la conseguenza di una attività intelligente che non può essere determinata aprioristicamente, volontariamente programmata; che la riflessione e l’applicazione, per non disperdersi nell’arbitrario e nel gratuito, vanno continuamente messe a fuoco con i fenomeni che le hanno interessate, e che questi hanno valore vitale solo se interessano le nostre facoltà a vari livelli e hanno un carattere di incombente necessità.
Mantenendo vive nell’animo del bambino queste disposizioni alla viva attenzione si educheranno le sue facoltà mentali e sentimentali ad una duttilità spirituale, ad una presenza attiva, libera da cristallizzazioni ideologiche senza la quale egli non potrà scoprire e comprendere le forme adeguate per un suo sempre rinnovato rapporto con il mondo.
Nel “gioco che il bambino tesserà nel suo sperimentare il mondo non possiamo che cercar di giocare con lui, aderendo all’oggettività di un disegno che potrà dispiegarsi in modi inaspettati.
La nostra forza sta nel credere e nel comprendere che il bambino può essere altro da quella immagine infantilistica che generalmente abbiamo di lui, e che provoca un atteggiamento nei suoi confronti continuamente alterato rispetto alle sue reali necessità umane: egli ha molte più risorse di quello che pensiamo.
Dovrà pur esister un comportamento che non sia l’astratta sovrapposizione delle nostre nevrotiche fantasie sull’infanzia alla vita reale del bambino un comportamento cioè che ci ponga come mediatori della scoperta del bambino a sé stesso, sé stesso che diviene adulto e nell’adulto risvegli quel bambino morto che porta in sé impedendogli di essere autenticamente adulto.[4]
[1] Giulio Carlo Argan. Prefazione al libro Educare con l’arte di Herbert Read, cit., p.11,
ed. Comunità Milano, 1969
[2] Paul Valéry Il gioco dell’intelligenza,dall’Antologia dei Moralisti Moderni di A.Moravia e E.Zolla, cit., pp.105-109, ed. Milano Garzanti, 1960
[3] Norman Brown, La vita contro la morte, ed. Adelphi, 1964
[4] Bruno Pinto, Educazione organica attraverso l’arte– Sagittaria di Luciano Padovese, n.72 pp.205-210, edizione 1977
L’ARTE COME SCOPERTA DEL BAMBINO A SE STESSO
percorso sperimentale di Educazione Estetica e Pratica Artistica
realizzato dal pittore Bruno Pinto e la maestra Gianna Poli.
Presentazione del percorso alla Giornata Internazionale dei diritti del bambino, presso la Casa della Conoscenza, Casalecchio di Reno (Bo), 30 novembre 2005.
Intervengono:
La psicologa Benedetta Davalli
Il pedagogista Mauro Speraggi
Proiezione del video A.S.A audiovisivi srl Bologna, Italia. Regia di Luca Morelli, riprese di Bianca Maria Pinto.
L’ESPERIENZA VISIVA COME ATTIVITA’ DI PENSIERO E CONOSCENZA
INCONTRO DIBATTITO
CON ESPOSIZIONE DEI LAVORI DEI BAMBINI
a conclusione di un’esperienza grafico-pittorica
condotta con bambini dai 6 agli 11 anni
presso la scuola elementare di Monteveglio
Anno 1976-1977
PARTECIPANO ALL’INCONTRO
Il Pittore Bruno Pinto che ha condotto tal esperienza
Le Insegnanti della scuola elementare
La dott.sa Benedetta Davalli, Psicologa (Bologna)
Il Prof. Giuseppe Ricci, Neuropsichiatra Infantile (Roma)
–
Pubblicazione in SAGITTARIA, Educazione organica attraverso l’arte
rassegna di cultura del Centro Iniziative Culturali di Pordenone N.76, 1978
direttore responsabile Luciano Padovese
Quest’incontro vuole essere una conversazione sull’esperienza svolta alle scuole elementari di Monteveglio, partita dall’invito rivoltomi per insegnare ai bambini delle tecniche grafiche-pittoriche utili alle loro necessità espressive.
Quali tecniche si addicono alle necessità espressive del bambino?
Cos’è l’Espressione Infantile?
Il disegno infantile è l’espressione di uno stato particolare dell’esistenza; quali sono i modi per sviluppare organicamente le potenzialità racchiuse in lui?
Parve subito evidente che non si trattava di trovare una didattica ed una pedagogia dell’arte per i bambini delle scuole elementari, ma di comprendere la funzione dell’esperienza estetica come esperienza di un particolare modo di conoscenza nell’ambito della pedagogia e della didattica generale.
L’espressione figurativa infantile è un fascio eterogeneo d’elementi espressivi, a carattere sintomatico, di una fluida situazione esistenziale. Allora il problema che si pone è quello di capire quali possono essere quei comportamenti estetici attraverso i quali il bambino debba esercitarsi per evolversi da debolezze psicologiche, carenze mentali, luoghi comuni, coazioni ed acquistare via via una coscienza realmente autonoma.
Nell’esperienza molto breve (circa 25 ore per classe) c’è parso evidente che in generale l’educazione scolastica attuale esclude e respinge l’esercizio di quelle facoltà umane proprie allo sviluppo dell’intelligenza creativa.
Si è cercato allora di indurre il bambino ad un esercizio dello spazio figurativo meno preoccupato da schematiche rappresentazioni simboliche, meno astrattamente proiettive e condizionate da luoghi comuni visivi, indurlo ad un’azione nella quale si sentisse globalmente impegnato al di fuori d’ogni astratta giustificazione.
In questo tentativo sono emerse delle situazioni che c’è parso meritassero d’essere più attentamente osservate e definite in quanto potrebbero costituire un punto di partenza per sviluppare una recettività più profonda nel bambino ed una coscienza espressiva più autonoma ed originale nei confronti del suo consueto spazio esistenziale.
(Bruno Pinto)
Attraverso l’esperienza grafico pittorica condotta nella nostra scuola con l’intervento del sig. Pinto quale specialista in materia abbiamo avuto modo di avviare questi nostri alunni ad una esperienza singolare; essa li ha condotti verso forme di espressione in cui la spontaneità e lo spirito di creazione hanno avuto la massima e la più significativa delle manifestazioni.
Attraverso il disegno fantastico, libero da schemi convenzionali e da forme soltanto imitative o rappresentative della realtà, ogni bambino ha trovato modo di esprimere il proprio mondo interiore, le gioie, le speranze, le frustrazioni.
Il disegno inteso, cioè soprattutto come atto liberatorio, ha costituito il punto focale dell’esperienza ed è proprio in questo senso che ogni persona con un minimo di sensibilità artistica intende il valore più profondo dell’attività stessa.
L’insegnante, attraverso il disegno, è psicologicamente aiutato nella conoscenza dell’alunno e quest’ultimo impara ad osservare. La lezione è stata dunque impostata su un piano psicologico particolarissimo: ognuno di noi è molto sensibile (e il fanciullo in particolar modo) al suo modo di espressione; perciò è stato necessario qui, forse più che in altre lezioni, il principio della collaborazione per cui chi insegna si fa compagno di una ricerca quanto mai divertente ed esaltante. I bambini. Infatti, si divertono moltissimo a (scarabocchiare) sta nell’accortezza più che altro psicologica del maestro e anche nella sua sensibilità artistica di trasformare lo scarabocchio in qualcosa che abbia un significato nello sviluppo morale e psichico del fanciullo.
Attraverso la ricerca di motivi e di forme che possono avere riferimenti con la realtà in disegni fantastici composti di linee e segni che sembrano completamente incomprensibili, questi bambini sono stati invitati a riflettere, a ragionare, a rendersi conto delle molteplicità delle forme di espressione mentre anche la fantasia era continuamente stimolata, con il sentimento e l’immaginazione. Sono emersi così i caratteri individuali di ciascuna delle personalità proprie dei bambini e nei casi di ragazzi che presentano problematiche particolari ciò ha favorito la conoscenza sempre più approfondita e dettagliata dei loro bisogni più intimi. I lavori di gruppo, inseriti accanto alle attività di carattere individuale hanno contribuito a rendere sempre più significative quelle forme di socializzazione che la scuola oggi promuove.
Per educazione al gusto estetico, introdotto come momento di osservazione e tentativo di analisi critica, si è avviato il discorso del saper “guardare” le opere d’arte, frutto dell’immaginazione dei geni come di quelle produzioni che i bambini stessi hanno elaborato. I confronti , le differenziazioni, le analogie, all’inizio ritenute sempre troppo difficili, sono venuti via via sempre più agevolati perché cercati insieme, studiati con analisi sempre più attente, visoni sempre più aperte.
Il discorso così avviato, denso di problematiche e sviluppi certamente interessanti, ha aperto nuove problematiche e nuovi orizzonti, degni d’essere esplorati; non trascurando, quindi, quelle che sono le esigenze di carattere organizzativo e pratico, ma anzi potenziando e arricchendo tutto ciò che concerne la parte strutturale ed anche materiale del lavoro stesso, ritengo più che utile e costruttiva la prosecuzione dell’esperienza con il coinvolgimento più diretto delle componenti genitori, operatori scolastici e naturalmente amministrativi.
(Santi, maestra di III elementare)
La pittura era per questi bambini solo illustrazione, rappresentazione, riproduzione, al limite immaginazione: il passaggio da queste forme a quelle non figurative, non oggettive, la sostituzione di “concreto” in “astratto” intendono affermare che ogni riproduzione o interpretazione della realtà esterna è illusoria e quindi astratta, mentre la forma creata dall’artista, indipendentemente dalla natura, è la creazione di una nuova, concreta realtà: tutto questo è tanto difficile come tutti i discorsi nuovi denso di scontri, di confronti, ma tutti costruttivi e formativi.
Il ritrovamento di cose familiari come un albero, una casa,una strada, in un groviglio di righe e stato vissuto intensamente da questi bambini i quali hanno scoperto immediatamente il movimento di questi oggetti apparentemente statici e, e con movimento il pensiero e la vita di tutto ciò che sembrava loro inerte. Il dipinto, qualche volta, veniva a risolversi in un insieme di vibrazioni generatrici di movimenti luminosi e reali agenti sull’occhio in modo analogo ad una proiezione cinematografica.
Così lo studio del contrasto dei colori, la differenziazione dei colori uguali: il rosso vivo, il rosso opaco e così via, la sensazione che da la lucentezza, la vivezza a paragone dell’opacità: i colori vivi, lucidi, si afferrano, si staccano dal foglio: i colori diventano nostri gli oggetti, le cose, i sentimenti. Dico sentimenti perché ricordo una frase che il pittore Licini scrisse polemicamente contro i “critici da Salon” in una lettera agli amici prima di una sua personale alla Galleria del Milione: “dimostreremo che la geometria può diventare sentimento”. Ho parlato poi di traumi e , dicendo questo, mi riferivo a reazioni di alcuni miei scolari aduna apparente violenza subita a causa della deformazione di un loro lavoro con una improvvisa, e , sempre secondo loro, arbitraria correzione. Queste violenze contrastavano con il sistema educativo da loro conosciuto, ma in seguito le ragioni della intromissione del “maestro” sono state penetrate, comprese fino in fondo e direi giustificate. Questi interventi potevano considerarsi positivi in quanto distruggevano definitivamente il loro “conformismo” anche se ne nasceva, in un certo senso, un nuovo tipo.
Al termine di queste fruttuose lezioni abbiamo potuto constatare la maggiore apertura mentale, l’approfondimento del ragionamento, la vivezza dell’osservazione, l’arricchimento della fantasia e via via fino a raggiungere un altissimo fine: quello di poter approdare ad un linguaggio universale esente da ogni tradizione “razionale”. Questo fine da solo ci può dire quanto sia attuale questo tipo di “educazione artistica” volta ad unire veramente in un unico discorso e, senza frontiere, le varie opinioni, le tradizioni, la civiltà senza discriminazione di razza e di colore.
(Caprara, maestra di IV elementare)
La peculiarità di queste pagine disegnate da bambini di scuola elementare, e così puntualmente analizzate e presentate da Pinto, merita una descrizione attenta e accurata almeno per favorire la comprensione del processo sottostante.
Serve precisare subito che l’esperienza, in quanto tale è e resta unica, non solo perché crediamo non ancora ripetuta da qualsiasi, ma anche perché si discosta dai normali testi o dalle consuete considerazioni sul disegno infantile, o quale rappresentazione, o quale attività ‘libera’ ed espressiva.
Bruno Pinto nell’intraprendere l’esperienza non ha inteso allora ne tanto meno ora, applicare modulo alcuno, Anche di quelli più recenti suggeriti od esperimentati dai pedagogisti contemporanei.
E che , come la sottoscritta, che da anni conosce Pinto, ha seguito l’esperienza può affermare in tutta tranquillità dell’esistere in Bruno un desiderio psichico così profondo, nell’andare a scoprire il mondo dei colori del bambino, le sua capacità descrittiva ed articolatoria dello spazio e del tempo, quasi senza porsi la discriminate dell’età.
Si è trattato insomma di andare a ritrovare, e forse, perché no, a riscoprire quegli aspetti così vivi e vitali che il ‘’bimbo morto’ del suo articolo nascondeva o meglio ancora celava.
Questo primo aspetto ci definisce una condizione importante che altro non è se non la relazione emotiva e umana stabilita da Bruno con questi bimbi, a volte attenti, altre volte stupiti od anche intimoriti da questo ‘arcano pittorico’.
Ho scritto relazione emotiva ed umana, Poiché questo è il tratto ed il modo in cui Bruno si è accostato a bimbi in età da sei a undici anni. Il modo ‘vero’ da pittore che ha un unico problema, conoscere per scoprire delle novità che diano piacere agli occhi, alla non forma, alla possibilità di scoprire qualcosa che dentro c’è, non importa poi, se più o meno rimosso.
Ne nasce allora una relazione adulto bambino che non ha nulla di scolasticamente razionale,, ma si presenta e si sviluppa in tutta la sua ricchezza dello scoprire insieme, studiando con sforzo, le linee e i colori, poiché il tutto mescolato , è u prodotto di ciò che si sente e di ciò che si è pensato.
Non è solo un vissuto, psicoanaliticamente parlando, è un prodotto complessivo d’intelligenza e sentire, sensi fisici compresi.
Ma come si può definire con più chiarezza e precisione tutto ciò se non ‘far pittura insieme’ a dei bambini che non solo non la conoscono, ma mai l’hanno pensata e tanto meno ‘fatta’.
E Bruno questo ha compiuto, mettendo a disposizione la sua esperienza del dipingere, non come appartenente ad una scuola pittorica, ma da ‘fattore’ o protagonista del dipingere.
Sta in quest’eccezionalità: il rapporto non scolastico dentro le mura di una scuola nuova, quella di Monteveglio ed anche scuola a tempo pieno.
Sono due condizioni esterne, diciamo anche oggettive che ben poco potrebbero incidere o significare nei singoli disegni dei bambini, ma crediamo che esse abbiano avuto ugualmente la loro rilevanza nel favorire e contrastare insieme, in ogni modo nel far vivere per qualche mese quest’anomala esperienza.
L’ho definita anomala esperienza, poiché mi sembra che l’averla discussa con bambini e genitori di Monteveglio non sia stato sufficiente a farla conoscere a chi ne può essere interessato. Infatti, soltanto se altre si approprieranno di quest’esperienza, usandola come punto di riferimento, sempre meno sarà anomala e sempre più fonte per conoscere le attività grafico pittoriche dei ‘piccoli’.
Io credo, infatti, che in simili casi un testo posa trasformarsi in un veicolo di comunicazione e soprattutto che esso possa operare una funzione: diffondere intelligentemente l’attività di tal genere favorendo concretamente lo sviluppo della creatività, non solo infantile.
Guardando i disegni che man mano erano prodotti ho sempre avuto la chiarezza che le categorie o meglio le modalità della psicologia consueta non fossero utilizzabili in alcun modo, sia per le forme troppo ‘astratte’ si direbbe, sia per la plasticità dei disegni, anche quando Bruno li definisce nei suoi commenti rigidi o compressi, ed anche per la peculiarità del modo di colorare.
Nonostante osservando i disegni si ravvisa l’impronta di Pinto, occorre precisare che solo questo c’è, e che è allora se non la presenza di un adulto che sa far pittura, e in pratica un’impronta di qualcuno che ha avuto una funzione da Maestro.
Già ho scritto che le modalità psicologiche tradizionali non mi sembrano d’aiuto a comprender questi disegni così semplici per il loro materiale (carta e colori), ma così ricchi e complessi nella loro espressione.
Sembra infatti che lo spazio sia usato dai bambini in funzione molto ‘diversa’ da quello che la scuola fa, o qualsiasi persona con funzione pedagogica farebbe, non è cioè utilizzato per organizzare, ma o per muovere o per provare a smuovere ciò che da tempo è depositato in noi, nei bambini, nei loro occhi, persino nei loro pensieri. Non c’è nulla da organizzare (dice Pinto, non si fanno oggetti concreti, ma serve concentrarsi (questa è la grande richiesta fatta ai bambini-scolari e pedagogicamente ben produttiva) e sentire non solo ciò che si prova, ma anche intuire come si potrebbe rappresentare, ‘vedendo’ quello che ci si immagina.
Ovviamente questa non è l’immaginazione del cartone animato, n’è la fantasia, bensì è solo e soltanto un atto complesso ma circoscritto internamente ad una persona, atto complesso che con pensiero, movimento, carta e colori prende forma o si trasforma in qualcosa di comunicabile a chi ti sta accanto.
E’ evidente che non è possibile realizzare tale condizione nel bambino se non gli s’insegna anche, in altre parole se non gli si forniscono gli strumenti e le condizioni perché poi lui stesso possa dare o fare prima di tutto “qualcosa” di “suo”. Questo mi è sembrato di intendere sia stato lo sforzo di Bruno nei mesi impegnati in questo lavoro.
Poiché non c’è risposta già nota o condizione già esperimentata a tal punto, e i bambini ponevano a Pinto problemi veri, che lui stesso si era posti. Forse anche a noi potrebbe accadere qualcosa di simile, qualora vivessimo le condizioni descritte, o comunque sicuramente chi si occupa dell’argomento ben sentirebbe di che dire o conversare in proposito.
Ma i bambini di Monteveglio hanno conosciuto nel fare pittura uno spazio a loro prima ignoto, hanno colorato oggetti, forme e forse anche pensieri e sensazioni con i ‘loro’ colori, vale a dire da loro ‘riconosciuti’.
Così, infatti, procede una sorta di lavoro mentale ad occhi chiusi, a volte, ad occhi aperti altre, per ricostruire ed esprimere ciò che c’era dentro e fuori non c’è più o viceversa, fuori c’era da tanto tempo, ma non si sapeva vedere tanto da credere che quasi non esistesse.
Ecco perché non si possono guardare questi disegni con modalità psicologiche, siano esse del Piaget o del Corman o di chi altri ancora, poiché si è operata una fusione fra il di ‘dentro’ e il ‘fuori’ con il lavoro ‘dell’uomo e dei bambini’.
Che dire allora se non esprimere il desiderio che l’approccio psicoanalitico possa trasformarsi in una occasione di ‘riguardare’ anche questi disegni; ed ora esprimo tutto i piacere nel vedere queste immagini che comunicano viaggi, sentimenti, sguardi ed osservazioni di bambini vivi, vivaci, pensierosi e intelligenti ma soprattutto di bambini qualsiasi appunto, figli di gente qualsiasi, quasi come in una favola qualsiasi di quel grande qualsiasi di Gianni Rodari.
(Benedetta Davalli)
“Questo pezzo arriva oggi, proprio in questi giorni in cui il ricordo di Bruno mi ha accompagnata nell’incontrare i bambini di quest’altra isola del Mediterraneo, Enna.
È stato difficile scriverlo. Non racconta di laboratori, tecniche, feste, esperienze.
Racconta, invece, di quanto profonde io abbia scoperto essere le tracce lasciate su di me da quell’uomo che i miei occhi di bambina vedevano simile al Diavolo.”
Testimonianza di Elena Iodice – 10/4/2019
https://www.topipittori.it/it/topipittori/che-il-lavoro-sia-una-preghiera